Dove non ci sono exit né ritorni ricorrenti, il capitale privato non arriva. E se lo si fa arrivare lo stesso, il rendimento viene cercato nei dati: lingua, usi e memoria di una comunità escono grezzi e rientrano come servizio a pagamento.
Il capitale privato entra in un progetto per due motivi, e solo per due. O perché esiste una possibile exit, cioè qualcuno che un giorno comprerà la quota a un prezzo più alto. O perché esiste un ritorno ricorrente abbastanza solido da remunerare il rischio senza bisogno di vendere. Dove non c’è né l’una né l’altra cosa, il capitale privato non arriva. Non è una questione di sensibilità: è il mandato che chi gestisce fondi ha verso i propri investitori, ed è un mandato giuridico prima che culturale. Le eccezioni che si citano di solito, i pagamenti da telefono o l’energia solare venduta a consumo, non contraddicono la regola: in quei casi il ritorno ricorrente c’era, piccolo, frequente e misurabile.
Conviene togliere subito l’equivoco che questo sia un problema africano. L’Italia è un paese ricco, con capitale umano eccellente, e resta poco attraente per il venture capital internazionale per una ragione sola: le exit sono poche e quasi mai di dimensioni interessanti. Se il meccanismo si inceppa a Milano, non funzionerà a Nairobi per il solo fatto di essere stato scritto dentro un programma di sviluppo.
La domanda vera è che cosa succede quando si insiste comunque. Il capitale non sparisce, cambia forma. Se il rendimento non può venire dalla crescita dell’impresa locale, viene cercato in ciò che si può portare via a prescindere dall’economia locale. È il paradigma che per secoli ha caratterizzato l’industria estrattiva, e la disuguaglianza che ne deriva non è un incidente, ma il risultato prevedibile della struttura dell’operazione.
Nell’intelligenza artificiale quel paradigma ha una forma precisa, e conviene chiamarla con il suo nome. Per addestrare un modello su una lingua poco rappresentata servono parlanti, registrazioni, trascrizioni, testi, conoscenza degli usi e dei modi di dire. Quel materiale viene raccolto sul posto, di solito pagando la raccolta e non il contenuto, e portato altrove. Altrove diventa un modello. Poi rientra nel paese d’origine sotto forma di servizio, a pagamento, con una licenza che quel paese non controlla e un prezzo che non negozia.
La materia prima esce grezza e rientra lavorata. È il ciclo dell’industria estrattiva, con due differenze. Qui la materia prima è la lingua e la cultura di una comunità, cioè i suoi usi, i suoi modi di dire e la sua memoria. E attraversa la frontiera senza bisogno di un camion, quindi senza dogana, senza concessione e senza royalty. Al territorio resta la parte a basso margine: l’etichettatura dei dati, l’assistenza, l’adattamento linguistico. Ne esce un’operazione perfettamente legittima, conforme a ogni regola, che lascia sul posto molto meno di quanto porta via, e che nei documenti di programma si chiamerà partenariato.
Non sostengo che il privato debba restare fuori. Sostengo che chiamare investimento un’operazione priva di un meccanismo di ritorno è un errore di qualificazione, e gli errori di qualificazione si pagano quattro o cinque anni dopo, quando il progetto pilota finisce e nessuno lo rinnova.
Le strade serie sono due: costruire le condizioni perché una exit esista davvero, il che riguarda i mercati dei capitali prima della tecnologia, oppure usare strumenti che una exit non la pretendono. Sul secondo fronte esistono già schemi sperimentati che lasciano una quota del valore alle comunità che hanno prodotto i dati e contribuito all’addestramento: la titolarità collettiva dei corpora linguistici, le licenze che subordinano l’accesso a condizioni di ritorno, la remunerazione legata all’uso del modello e non alla sola raccolta. Il diritto internazionale conosce del resto un precedente vicino, quello delle risorse genetiche, dove l’accesso è condizionato alla condivisione dei benefici con il paese e la comunità di origine. Il punto, quindi, non è impedire che lingua e cultura di una comunità servano ad addestrare i modelli. È che chi le ha prodotte partecipi al valore che ne deriva. Di queste alternative mi occuperò nel prossimo articolo.
Ho esposto questo ragionamento il 24 settembre 2026, in Calabria, al Words of Hope Forum, nel tavolo di lavoro sugli impatti territoriali delle tecnologie emergenti, davanti a rappresentanti di organizzazioni internazionali, imprese e centri di ricerca. La discussione muoveva da una tendenza ormai evidente nella finanza per lo sviluppo: meno risorse a fondo perduto, più programmi costruiti con la partecipazione del capitale privato.
Alessandro Maria Lerro — avvocato, si occupa di innovazione, venture capital, proprietà intellettuale e accessibilità digitale.
